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Io penso/non penso positivo

Il Guru Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti), dice “Io penso positivo”. La neuroscienziata Gabriele Oettingen afferma “Io non penso positivo“. Chi ha ragione?

Una doverosa premessa

Voglio iniziare togliendo ogni dubbio: di Jovanotti come neuroscienziato non ho nessuna stima. Ci sono molti colleghi della Oettingen che professano il pensiero positivo come strumento per raggiungere i propri obiettivi. Per un serio confronto, mi rifaccio a loro e non al Guru Lorenzo.

Il vangelo secondo Oettingen

Gabriele, professoressa di psicologia alla New York University, nei 20 anni di ricerche sulla scienza della motivazione, ha evidenziato quanto immaginare di aver raggiunto con successo i nostri obiettivi generi motivazione solo a breve termine, mentre nel lungo periodo crei una sorta di appagamento che ci fa impegnare meno di coloro che hanno ben presenti gli ostacoli che dovranno affrontare.

Le 4 fasi della sua teoria (estrema sintesi)

  1. Obiettivo: qual è il tuo desiderio? Entro quanto vuoi realizzarlo?
  2. Risultato: quali sono i benefici che ne otterrai?
  3. Ostacolo: quali sono i principali ostacoli al suo raggiungimento (l’ostacolo deve essere qualcosa che dipende da te, e non da fattori esterni)? Quali pensieri, comportamenti, abitudini, credenze che magari sai già che si possono presentare o che in genere non ti fanno procedere in quello che vuoi fare? 
  4. Piano: per ogni ostacolo, quale strategia intendi adottare per superarlo con successo (azione correttiva)? Quale azione, la più efficace, puoi intraprendere?
Evidenza

Questa prassi è particolarmente pragmatica. Di questo approccio condivido la presenza del ragionare sui problemi, sugli ostacoli e sulla necessità di un piano pratico ed operativo che il “semplice” pensiero positivo molto spesso dimentica.

Gabriele non è sola

Ovviamente, anche se in termini e con presupposti diversi, altri neuroscienziati condividono la teoria della Oettingen. A puro titolo esemplificativo cito Tim Lomas, docente di Psicologia Positiva alla East London University, che assegna al potere delle emozioni negative addirittura un potenziale di utilità se si affrontano con intelligenza. A sostenere ulteriormente tali teorie c’è il neuropsichiatra Rick Hanson. Egli afferma che il nostro cervello, di fronte a pensieri positivi, è come fosse foderato di teflon, il materiale di cui sono fatte le padelle antiaderenti: “la positività passa ma non si attacca”.

Il vangelo secondo Martin Seligman

Psicologo e saggista statunitense. È considerato il fondatore della psicologia positiva. Tali teorie sono, anche in questo caso con presupposti e termini diversi, riprese da Abraham, Maslow, Rogers, Fromm, Bandura solo per citarne i più noti. Il mega Professore Seligman afferma che le sue ricerche dimostrano che i pessimisti si arrendono più facilmente e cadono spesso in depressione. Aggiunge però che i postitivi tendono a non assumersi le responsabilità degli eventi negativi, di ciò che gli accade. Credono di avere molto più controllo sugli eventi di quello che realmente ne hanno. Infine, dichiara che i “pessimisti” vedono la realtà in maniera più precisa ed oggettiva.

Evidenza

Questa prassi è meno pragmatica rispetto alla precedente. Di questo approccio condivido la sua finalità verso l’essere più felici. Apprezzo anche ciò che riguarda la visione a 360° che assegna anche all’altra faccia della medaglia, il pessimismo, una valenza positiva.

Pensa come ti pare

Positivo, negativo. Fai tu, secondo la tua indole, il tuo carattere o semplicemente segui una teoria o l’altra per “simpatia”. Ciò che è fondamentale è riuscire a trarre il meglio da un approccio che sia di tipo “Oettingen” o di tipo “Seligman”. Mai dimenticare l’altra metà del cielo.

In buona sostanza

Anche se faccio fatica ad ammetterlo Jovanotti ha cantato:

Io penso positivo 
Perché son vivo e finché son vivo
Niente e nessuno al mondo 
Potrà fermarmi dal ragionare

Mi sembra che sintetizzi le due teorie. Pensare positivo con un ragionamento collegato.

Grazie di essere arrivato fin qui. Se ti è piaciuto, condividilo. Se non ti è piaciuto, condividilo ugualmente in modo che anche altri possano perdere lo stesso tempo che hai perso tu

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